ETZ HAIM - IL NATALE DEL RABBINO [2021]

(Nomi – שמות)

 di Rav Haïm Fabrizio Cipriani

 

Questo Shabbat leggiamo Shemot, l’inizio dell’Esodo, e contemporaneamente i nostri fratelli cristiani celebrano il Natale.

Il tema della nascita è molto importante nei primi capitoli di Shemot/Esodo. Nel quadro della sua politica di oppressione, il Faraone egiziano tenta di sopprimere il popolo ebraico sterminandone i nuovi nati. Ma non ha fatto i conti con il coraggio di alcune donne egiziane.

Ma le levatrici temevano Elohim, non fecero come aveva detto loro il re d’Egitto, e lasciarono vivere i bambini. […] E siccome le levatrici temevano Elohim, egli fece loro famiglie.” [Es. 1:17-20]

Sono quindi le levatrici egiziane a salvare i neonati ebrei condannati dal Faraone. Il popolo ebraico nasce quindi nel ventre dell’Egitto ad opera di madri egiziane. L’espressione criptica “fece loro famiglie” significa secondo me che quei bambini divennero a tutti gli effetti i figli di quelle donne, perché erano state loro a metterli al mondo salvandoli in un modo impensabile.

Questo ci ricorda una realtà sorprendente della nostra esistenza.

Poche cose avvengono in maniera lineare. Non sempre riceviamo vita da dove ci attenderemmo, e non sempre la trasmettiamo come e a chi vorremmo. Siamo tutti figli di Altro, e spesso siamo anche genitori di Altro.

Suppongo che qualcosa di simile avvenga anche nella narrazione del Natale cristiano, con la sua idea del singolarissimo e poco regolare nucleo familiare che dà alla luce Yeshu il Nazareno.

A questo siamo chiamati. A dare e ricevere (N)natali impensati, ogni giorno.

Shabbat Shalom,

Sereno Natale (nel rispetto delle norme sanitarie, obbligo morale e religioso) agli amici cristiani.

Rav Haim

 

A questo link la trasmissione televisiva della Radiotelevisione Svizzera Italiana a me dedicata:

https://www.rsi.ch/.../Haim-Cipriani-un-rabbino-e-il-suo...

 

 

ETZ HAIM - IL NATALE DEL RABBINO [2019]

di Rav Haïm Fabrizio Cipriani

 

Anche quest'anno il vostro rabbino si unisce alla gioia di tutti coloro che festeggiano il Natale. Continuo a pensare che le posizioni chiuse siano sempre e solo un segno di debolezza, e che sia possibile, e opportuno, condividere il più possibile.

Ma la condivisione è un’arte sottile, che va esercitata con sapienza.

Fra le belle esperienze di quest’ultimo periodo, ho avuto il piacere di partecipare come violinista ad alcuni concerti natalizi e questo mi ha dato molta gioia. Prima, nella gradevole cornice delle isole Canarie, ho preso parte a un’esecuzione partecipativa del Messia di G.F. Haendel. Le esecuzioni partecipative sono progetti molto belli, presenti in alcuni paesi europei (ma purtroppo non in Italia, per quanto io ne sappia) in cui un grande numero di coristi amatoriali selezionati su audizione viene preparato da alcuni maestri in diversi luoghi del paese per poi ritrovarsi in un grande concerto che però amatoriale non è, perché la corale partecipativa va ad accompagnarsi a un coro e un'orchestra da camera di specialisti di alto livello nell’interpretazione del grande oratorio haendeliano, Il Messia. Non è la prima volta che partecipo a questo tipo di iniziative, che hanno un valore umano, sociale e spirituale molto elevato. Peraltro, l’anno scorso a Madrid la produzione cadeva durante Hanuccà, una coppia israeliana presente nella corale mi avvicinò e le serate trascorsero all’insegna di untuose Sufganioth (frittelle tipiche di Hanuccà) e di accensioni di Hanuccà introduttive all’esecuzione haendeliana!

Successivamente ho avuto modo di partecipare a uno dei diversi concerti natalizi che si tengono in Italia, e anche in quel caso di condividere un momento di sincera e schietta spiritualità.

In un registro analogo, il 28 dicembre la mia comunità Etz Haim, per un ebraismo senza mura, organizza insieme agli amici Valdesi un’accensione di Hanuccà aperta a tutti (come tutte le iniziative che organizzo o alle quali contribuisco). Perché come sappiamo, è difficile non accorgersi dell’appropinquarsi del Natale, ma le feste ebraiche si avvicinano generalmente più in punta di piedi e per chi si trova al di fuori di certi ambienti non è facile viverle anche solo un pochino.

Questo però mi porta ad alcune riflessioni.

Ogni situazione che crei i presupposti per una spiritualità condivisa deve essere, a mio avviso, sempre benvenuta. Come già detto, ritengo appunto che non voler condividere sia un segno di debolezza. Per questo io partecipo a questo tipo di iniziative non solo in quanto essere umano, ma anche come ebreo e soprattutto come rabbino, perché ciò corrisponde alle mie convinzioni più profonde.

Attenzione però, perché la condivisione voluta e scelta non è da confondere con l’imposizione. Penso, per esempio, alla presenza di simboli religiosamente definiti all'interno degli spazi pubblici, che dovrebbero invece essere ispirati a una neutralità, per rispetto di tutti. In tal senso trovo poco appropriata la presenza, ancora molto diffusa in diverse classi scolastiche italiane, di avere presepi in aula, oltre agli onnipresenti crocefissi. Diversamente da quanto avviene per un concerto natalizio, o per un’accensione di Hanuccà, gli studenti non hanno facoltà di scegliere se recarsi o meno a scuola, e non dovrebbero essere obbligati a svolgere le loro attività quotidiane a strettissimo contatto con una simbologia religiosa che non appartiene a tutti loro e che in alcuni casi è suscettibile di metterli a disagio.

Scelgo volontariamente di accostare al mio atteggiamento generale questa riflessione, che può apparire un poco “severa”, per ricordare un messaggio che mi è caro: la volontà e il piacere di condividere certi momenti non necessariamente si sposa con un’accettazione acritica di determinate situazioni. Ritengo sia fondamentale saper distinguere la possibilità della condivisione, che deve essere sempre presente, da un atteggiamento di imposizione della condivisione che, anche qualora nasca da una volontà sincera e pura, può trasformarsi in una mancanza di rispetto. Questo vale anche nella sfera individuale, laddove si desideri condividere la passione per il calcio, la musica, o un certo tipo di cucina.

Il pensiero ebraico si costruisce a partire da un’idea di distinzione, perché ritiene che le differenze non debbano essere tollerate, ma amate e celebrate. Affinché questo sia possibile, è necessario saperle riconoscere, e rispettarle appieno, senza confusioni sincretistiche. Solo in questo modo, e in assenza di ogni tipo di coercizione esplicita o implicita, è possibile condividere davvero la gioia e la fratellanza.

Forse la scuola potrebbe impegnarsi di più per far conoscere la diversità (non solo religiosa, ma a tutti i livelli), piuttosto che celebrare un solo modo di essere, usando un linguaggio semplificato che finisce per falsare le cose. Questo formerebbe dei cittadini più coscienti, e più critici nei confronti di atteggiamenti come quello, impregnato del più classico antigiudaismo, usato ieri da una nota ma ignorante scrittrice sulle pagine di uno dei maggiori quotidiani italiani. Perché la scuola non deve celebrare l'uniformità, ma formare alla complessità.

Ciò detto, se il cammino da fare è ancora lungo, molti passi sono stati compiuti, altrimenti io non starei scrivendo queste parole, e voi non le leggereste. Quindi siamo vicini, e questo è prezioso. Ma ripeto, la condivisione è un’arte, e come ogni arte va esercitata con saggezza e discernimento.

A tutti gli amici cristiani auguro un sereno e gioioso Natale, a tutti gli amici ebrei Hanuccà Saméach, a tutti coloro che in questo periodo non festeggiano nulla di particolare, auguro di saper celebrare il loro quotidiano con la stessa gioia.

Un augurio di Luce, Calore e Serenità per tutti noi e per ognuno di noi.

Rabbino Haïm Fabrizio Cipriani

 

 

Parashat Shemot: il nome essenziale di Dio

L'indagine di Mosè sul nome di Dio rivela la qualità essenziale di come Dio si manifesta nel mondo.

 

 

Alcuni dei misteri di Parashat Shemot. 

La parte inizia con questo versetto: "Questi sono i nomi (shemot) dei figli d'Israele che vennero in Egitto con Giacobbe". Per questo sia la porzione settimanale che il secondo dei cinque libri di Mosè sono chiamati Shemot. L'essenza di questo intero libro della Torah è rivelata nel suo nome. Bereshit (Genesi) si riferisce all'inizio della creazione, eppure l'intero libro racconta la storia della genesi del popolo ebraico. Vayikra (Levitico, ma letteralmente "e chiamò") è così chiamato per Dio che chiama Mosè, tuttavia l'intero libro racconta la storia di come Dio ci chiama e di come rispondiamo alla chiamata attraverso le mitzvot. Quindi, mentre "shemot" si riferisce ai nomi elencati nel capitolo uno, un nome in particolare ci dà l'essenza del libro dell'Esodo, l'essenza di tutti gli shemot. 

Nel terzo capitolo, Mosè incontra Dio nel roveto ardente e riceve la direttiva di andare in Egitto e chiedere al faraone di lasciar andare gli israeliti. Interroga Dio: “Quando vengo dagli Israeliti e dico loro: 'Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi', ed essi mi chiedono: 'Qual è il suo nome?' Cosa dirò loro?". E Dio disse a Mosè: "Ehyeh-Asher-Ehyeh" (Esodo 3:14). La risposta di Dio è solitamente tradotta come "Io sono ciò che sono" o, letteralmente, "Sarò ciò che sarò". 

Il filosofo spagnolo medievale Ramban ha osservato che questo scambio non ha senso a livello superficiale. Se Mosè dice questo nome agli Israeliti e loro lo riconoscono, allora presumibilmente Mosè conosce già anche quel nome. E se è un nome sconosciuto a Mosè, allora sarà sconosciuto anche agli Israeliti, che non potrebbero trarne alcun conforto. 

Ramban spiega che Mosè non sta semplicemente chiedendo di conoscere il nome personale di Dio, ma quale degli attributi spirituali di Dio lo sta inviando. È l'attributo di Dio del chesed , della gentilezza amorevole, che era presente per Abramo? È l'attributo di Dio di gevurah , di forza e potenza, che era presente per Isacco? Mosè capì che Dio aveva molti nomi e attributi attraverso i quali Dio si interfaccia con l'umanità. La domanda di Mosè esprimeva il suo desiderio di sapere quale energia, quale manifestazione di Dio, stava incontrando.

Dio risponde a questo dicendo: "Sarò quello che sarò". Ciò significa che apparirò loro nel modo in cui apparirò loro. Questo per dire che non c'è un modo singolare in cui Dio incontrerà gli Israeliti. Ognuno sperimenterebbe diversi aspetti di Dio: amorevolezza, salvezza, forza, perseveranza, tutto ciò che è necessario per portarli alla libertà. Ciò afferma quanto abbiamo visto altrove nella Torah, i vari modi personali in cui Dio ha interagito con le figure bibliche. Tuttavia, è lo stesso che affermiamo con le parole della preghiera Shema, quando dichiariamo Adonai Eloheinu, Adonai Echad: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno.

Rabbi Yosef Gikatilia, nella sua opera Sha'arei Orah (Porte di Luce), definisce oltre 300 nomi che riflettono i vari attributi attraverso i quali Dio interagisce e si manifesta all'interno dell'universo. Eppure l'essenza di tutto questo è l'energia del nome Ehyeh. È la linfa vitale di ciascuno degli altri nomi ed è attratto in ciascuno di essi per caricarli di tutta l'energia necessaria per manifestare aspetti particolari dell'essere di Dio. 

Questa energia illimitata e abbondante sta inviando Mosè al popolo e si manifesterà in qualsiasi modo necessario per completare la sua missione. Dio informa Mosè di questo anche prima che lo chieda, quando Dio dice "Perché Ehyeh è con te". Dotato di questo potere espansivo, Mosè non può fallire. 

Rabbi Tiferet Berembaum

https://www.youtube.com/watch?v=uKVMngnkKp8

ETZ HAIM - IL NATALE DEL RABBINO [2018]

di Rav Haïm Fabizio Cipriani

 

Per molti ebrei il periodo natalizio è fonte di imbarazzi, specie nelle società occidentali di cultura cristiana. Non vi è nulla di strano, considerando il pesante retaggio di soprusi e oppressioni varie perpetrate per millenni nei confronti degli ebrei, ritenuti colpevoli di non aver accettato il Cristianesimo.

Ritengo però che oggigiorno questo periodo sia importante anche per ricordarci quanta strada sia stata fatta verso una reciproca comprensione. Ci riflettevo negli ultimi giorni perché le letture sinagogali del mese di dicembre comprendono sempre la vicenda biblica di Yosef, Giuseppe, l’amato figlio di Yaakov, prima odiato e quasi ucciso dai suoi fratelli, ma che sarà poi in grado, con grande sforzo e con enorme coraggio, di tracciare il cammino di una riconciliazione a priori quasi impossibile.

Questo mi fa pensare al cammino di dialogo e riconciliazione che è stato condotto a partire da quando, nel 1965, il Concilio Vaticano II approvò la dichiarazione Nostra aetate, che condannava con forza l'antisemitismo e la teoria del deicidio, cioè della responsabilità del popolo ebraico nella morte di Gesù. Tale cammino è stato portato avanti in modo proficuo e sincero. Il progetto di conversione degli ebrei, che aveva animato due millenni di cultura cristiana, è da allora stato formalmente abbandonato. Certamente secoli di incomprensioni non possono essere colmati in pochi anni, ma personalmente io sono molto felice di questo cammino, e ho spesso intrattenuto con persone cristiane, fra cui diversi ministri di culto, relazioni di grande spiritualità e di profondo rispetto. Con queste persone ho condiviso profondi momenti di riflessione, ma talvolta anche momenti festivi come quelli natalizi, proprio come ho avuto sovente la gioia di accogliere sacerdoti o pastori (oltre, naturalmente, a moltissime persone di ogni religione) in celebrazioni ebraiche da me presiedute.

Recentemente S.E. Cardinale Gianfranco Ravasi ha scritto una interessante e ricca prefazione per uno dei miei prossimi libri, e atti come questo hanno per me un valore importante.

In una società aperta e fluida, come la nostra vorrebbe e dovrebbe essere, ritengo importante che ebrei, cristiani e musulmani possano condividere apertamente alcuni aspetti della loro spiritualità.

La mia umile opinione è che ciò possa avvenire con maggiore efficacia quando viene riconosciuta la piena differenza e alterità, piuttosto che quando vengono ricercate a tutti i costi convergenze che spesso sono solo superficiali.

Spesso viene sottolineato che Gesù era un ebreo, probabilmente un rabbino, che insegnava agli ebrei e dichiarava di non voler modificare minimamente la Torah, meno che mai fondare una nuova religione. Se da un lato ciò è di grande interesse storico, dall’altro dobbiamo ricordarci che la storia è andata diversamente. Il Cristianesimo non è una forma di ebraismo, ma semplicemente si è trasformato in un’altra entità pienamente autonoma, con radici decisamente diverse, giacché l’ebraismo è una cultura di matrice orientale, mentre il Cristianesimo si costruisce su basi ellenistiche. Certamente però l’ebraicità di Gesù è un aspetto che le autorità cristiane, e molti cristiani anche osservanti, hanno iniziato a prendere molto sul serio per riscoprire aspetti della loro cultura che consideravano trascurati.

Nella concezione e creazione di Etz Haim, la mia community per un ebraismo senza mura, ho meditato a lungo su quale potesse essere il ruolo di persone non ebree, ma a volte anche pienamente cristiane. Alcuni, sia ebrei sia cristiani, mi avevano consigliato di creare un gruppo a parte dedicato a loro. Ma in fatto di spiritualità io trovo molto limitativo e ingiusto creare questo tipo di discriminazioni. Per questo ho desiderato che Etz Haim fosse un gruppo a carattere ebraico, ma dove persone con background estremamente vari possono condividere un interesse profondo per l’ebraismo, che studiano e vivono nel modo a loro più appropriato.

Molti dei nostri membri non ebrei danno prova di un interesse e di una volontà di approfondimento dell’ebraismo assolutamente straordinari, e per me è fondamentale che non siano isolati, dopo che per molto tempo hanno cercato con difficoltà luoghi dove poter approfondire l’ebraismo. Questa è una delle caratteristiche più peculiari e preziose, di Etz Haim, l’unico gruppo di mia conoscenza in cui ebrei che osservano le leggi ebraiche, come lo Shabbat e le norme alimentari di Cashrut, ebrei non osservanti, cristiani praticanti e persone totalmente atee si mescolano nello studiare testi ebraici e talvolta nel celebrare momenti di vita ebraica come lo Shabbat o altre feste. Questa diversità conferisce al nostro lavoro ricchezza e spessore, e crea un’area dove alla diffidenza si sostituisce la conoscenza. Operare in questo senso ha sempre fatto parte dei miei fini, e sono lieto di poter contribuire anche solo un poco a questo.

 

 

 

 

 

 

 

C

iò che caratterizza il profeta è una vocazione particolare, soprannaturale e imperativa, che lo rende atto, mediante una forma di rapporto diretto con la divinità, a penetrarne le intenzioni e i disegni e che lo obbliga a renderli noti. Il profeta è essenzialmente un mistico.

Così definita, la missione profetica rappresenta l’esaltazione di una personalità “invasa” dallo spirito religioso.

I profeti per eccellenza sono i grandi fondatori o riformatori delle religioni; essi hanno un temperamento fortemente mistico, unito alla foga e alla capacità di agire.

Le persone soggette a queste manifestazioni erano “profeti” nel vero senso etimologico del termine, cioè “parlatori in luogo” di Dio, di cui essi si presentavano come interpreti o strumenti vocali, e il loro carattere morale, sia nell’antico profetismo sia nel nuovo, si riassumeva nei due capisaldi: fede e culto spirituale dell’unico dio Jahweh; pratica della giustizia individuale e sociale in virtù della religione di Jahweh.

 

Del primo caposaldo rendono testimonianza moltissimi episodi dell’antico profetismo: ne è una prova, ad esempio, quasi tutta l’attività di Elia.

Così anche del secondo caposaldo, sempre nel profetismo antico, esistono prove eloquenti: ad esempio, il profeta Nathan rinfaccia al re David il suo adulterio con Bethsabea e la sua ingiustizia nei confronti di Uria; mentre il profeta Elia redarguisce il re Acab per il suo misfatto ai danni di Naboth.

Spesso, poi, i due capisaldi si compenetrano: ad esempio, il profeta Achia predice a Geroboamo che succederà a Salomone nella maggior parte dei suoi dominii, in punizione dell’idolatria di Salomone, ma anche del suo fiscalismo oppressivo che gli aveva alienato gli animi di moltissimi sudditi.

 

In mezzo a quella società, essenzialmente teocratica, si faceva avanti il profeta, affermando che veniva da parte di Jahweh e per “parlare in luogo di lui”; da qui anche la sua autorità presso i suoi ascoltatori, i quali, come membri di una società teocratica, non potevano negare credito – almeno in teoria – al “parlatore in luogo di”.

Nulla perciò – sempre in teoria – sfuggiva alla sua autorità spirituale.

Davanti a lui, i re e i sacerdoti di Jahweh non valevano più del pastore che adorava Jahweh pascolando il suo gregge; la reggia e il tempio di Gerusalemme potevano riecheggiare delle invettive di un profeta che rinfacciava abusi e corruzione; il profeta poteva presentarsi improvvisamente in una festività pubblica e proclamare castighi divini, rinfacciando a tutti i comuni delitti o la colpevole negligenza per il decoro del tempio.

Il profeta era, infatti, l’uomo di Dio.

Ciò che diceva era un detto di Dio stesso, era un oracolo di Jahweh, e dunque la parola di Jahweh.

 

I profeti autentici, a differenza degli pseudo-profeti, furono spesso in contrasto con l’opinione pubblica, in forza appunto della loro missione.

Quando la purezza della religione jahvistica era inquinata da culti sincretistici e da pratiche idolatriche, quando il popolo riponeva una fiducia feticistica su oggetti e riti liturgici, il profeta proclamava che tutte queste cose non valevano nulla per se stesse e potevano essere distrutte e abolite da Jahweh, che solo ricercava attraverso di esse lo spirito e la purezza di cuore; quando, a scapito del carattere nazionale-religioso del popolo di Jahweh, si stringevano alleanze con potenti regni idolatrici, e quando agli austeri costumi del puro jahvismo subentrava la corruzione morale dell’individuo e dunque della società, il profeta interveniva, esecrando quelle alleanze, denunciando la corruzione, annunciando gli imminenti castighi divini sugli individui e sulla società.

 

Naturalmente, questa incessante censura dava fastidio e spesso, nonostante la sua indiscussa autorità morale, il profeta veniva ucciso: il parlatore in nome di Dio proseguiva imperturbabile a parlare, minacciando ed esecrando, e il popolo, a un certo punto, fingeva di dimenticare il carattere e la natura di quel parlatore e lo lapidava o lo rendeva oggetto di continue persecuzioni.

Era nota la prospettiva che attendeva il profeta nella sua missione e ciò può spiegare la titubanza o la riluttanza di qualche profeta ad assumere la missione profetica.

Amos mostra stupore per essere stato scelto come profeta, da pastore qual era; Giona manifesta una vera riluttanza alla missione profetica; Geremia si lamenta del peso del suo compito, vorrebbe quasi liberarsene, e chiama Dio il suo “seduttore” (Geremia, XX, 7-9).

Però poi tutti si arrendono, perché la “parola di Jahweh”, che costituiva l’impulso della loro missione, era “nel cuore come un fuoco divoratore, racchiuso dentro le ossa” (Geremia, XX, 9), cui nessuno poteva sottrarsi.

Poiché “… se il Signore Jahweh parla, chi non profetizzerà?” (Amos, III, 8).

 

Quanto vi fu di più nobile nell’ebraismo fu salvato principalmente dai profeti e da essi trasmesso alle epoche successive.

Di questa somma importanza spirituale erano consci i profeti, ma anche il popolo, tra l’uno e l’altro di quei suoi scatti furiosi che finivano con la lapidazione del profeta.

I profeti avevano più volte paragonato la loro missione a quella delle vedette che dall’alto delle torri spiano il nemico, o delle sentinelle notturne che vigilano sulla sicurezza dell’accampamento; così il popolo sapeva per esperienza che, nei momenti decisivi della vita nazionale, compariva inesorabile il profeta, che redarguiva, minacciava, correggeva, esortava.

E fu così che quando, con il tramonto del profetismo, quelle voci si udirono sempre più raramente e poi tacquero, il popolo rimase smarrito, e ripensò a loro con desiderio accorato, e ne venerò sempre più la memoria e i sepolcri.

 

Il profeta Isaia parla molto del futuro, però questa non è l’essenza del suo ruolo. L’essenza del ruolo in senso biblico è che il profeta è qualcuno che “parla nel nome di Dio” e il rapporto tra Dio e il suo popolo è basato su un’alleanza: “Il patto”. 

Il profeta è qualcuno che richiama il popolo di Dio a rispettare i termini dell’alleanza, stabilita da Dio.

Lo sfondo del libro di Isaia è il libro del Deuteronomio, che è la base della letteratura profetica poiché è il libro del patto dell’alleanza.

Le parole pronunciate da Isaia sono chiare e richiamano il popolo a rispettare questa Alleanza: “ Venite quindi e discutiamo assieme, dice l’Eterno, anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.

[“Discutiamo”, in termini ebraico-giuridici, significa “presentiamo la nostra causa” (Isaia 34:8)];

Poiché è il giorno della vendetta dell’Eterno, l’anno della retribuzione per la causa di Sion”;

(Isaia 41:11): “Ecco, tutti quelli che si sono infuriati contro di te saranno svergognati e confusi; quelli che combattono contro di te saranno ridotti a nulla e periranno”.

 

Isaia non è un libro facile da leggere, perché tanti sono i nomi: nomi di paesi, di regni, di popoli e spesso si fa fatica a capire il contesto storico.

Isaia comincia a descrivere la sua vocazione con il dire (Isaia 6:1): “Nell’anno della morte del re Uzziah, io vidi il Signore assiso sopra un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio”.

Per noi questa frase non ha significato, perché non sappiamo chi fosse il re Uzziah, e non sappiamo quando sia vissuto, ma è comunque molto importante (Isaia 7:14): “Perciò il Signore stesso vi darà un segno. Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Immanu’el”.

Anche se questa è una profezia messianica, in realtà Isaia ha dato questa profezia al re Acar, quindi questa profezia è iniziata allora, in quel momento, e questo ci fa comprendere che la profezia di Dio è radicata nella storia e consiste principalmente nel rispettare il patto di alleanza.

Poi, affinché il momento della sua manifestazione tra gli uomini non si perdesse nel tempo mitico o fosse proiettato in un lontano futuro, Dio lo rivelò al profeta Daniele. Fu durante il suo soggiorno alla corte di Babilonia, nel 538 a.e.v., che gli fu predetto quando il Messia si sarebbe presentato, l’opera che avrebbe compiuto e il momento della sua morte.

Il testo sacro recita così:

Sappilo dunque e intendi. Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all’apparizione del Messia, vi sono sette e sessantadue settimane di anni. Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana di anni; e in mezzo alla settimana (sessantadue settimane di anni) il Messia sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Egli (il Messia) farà cessare la trasgressione, metterà fine al peccato, espierà l’iniquità, stabilirà una giustizia eterna, suggellerà visione e profezia e ungerà un luogo santissimo” (Daniele 9:25, 27, pp. 26, 24 ss.).

La profezia è inoltre apprendimento, rivelato da Dio, della sapienza divina della Torah e della sua parte nascosta, la Qabbalah e il profeta è tale sia per elevazione intellettuale e spirituale sia per visioni di angeli e di manifestazioni divine o di Dio stesso, nella Shekhinah.
In questo senso, rispetto alla conoscenza ordinaria, la profezia introduce una “frattura”: la missione del profeta è diretta anzitutto al popolo, sotto forma di predicazione e di impegno di guida politica da parte del profeta.

Da questo punto di vista, inoltre, sembra non valere l’equazione tra profezia e predestinazione; il quadro provvidenziale, simbolo della prescienza divina, lascia spazio alla libertà dell’uomo, come mostra la profezia di Giona, nella quale la condotta umana (degli abitanti di Ninive, cui viene profetizzata la distruzione della città) “cambia” il corso degli eventi profetizzati – per quanto si tratti di un cambiamento comunque conosciuto da Dio dall’eternità.

Mentre, sul piano filosofico, la profezia incrocia argomenti quali la compatibilità tra prescienza divina e futuri contingenti, tra predestinazione e libero arbitrio, e la responsabilità morale dei propri atti.

Concludiamo con le parole di Isaia (Isaia 9, 1-6):

 

Il popolo che camminava nelle tenebre

vide una grande luce.

Su coloro che abitavano una terra tenebrosa

una grande luce rifulse …